Francesco Serrani proviene da una famiglia borghese e dedica con passione il suo lavoro come insegnante in un liceo. Avvicinandosi ai cinquant’anni, rivive attraverso frequenti flashback episodi dei turbolenti anni ’70, che lo hanno visto protagonista insieme ai suoi amici e che ora sembrano tornare a bussare alla sua porta, portando con sé domande inquietanti. Questo processo lo spinge a un’autoanalisi profonda, nella speranza di dare senso a pensieri e sentimenti confusi e poco chiari. In questo stato di torpore, egli rivede e riorganizza il suo lavoro, la passione per il jazz e la poesia, le sue ambizioni confuse e il suo istintivo conflitto tra impulsi e limiti. Questo conflitto influisce anche sul rapporto con suo figlio Luca e la compagna Sara, dove il non detto diventa un elemento centrale. I frammenti di memoria, che si alternano alla vita quotidiana, sono legati da un filo conduttore: l’amicizia con Piero. Questo legame, inizialmente segnato da diffidenza a causa delle diverse origini, si evolve in un equilibrio relazionale quasi perfetto nel tempo.
Buongiorno, Alessandro. Grazie per aver accettato di essere intervistato.
Cosa ti ha ispirato a scrivere Punto di Svolta?
Il primo libro che si scrive scaturisce quasi sempre da un’urgenza insopprimibile (del tipo: guardatemi, esisto e ora vi spiego chi sono e come è fatto il mio mondo interiore) dove la necessità di salvaguardare “il valore dell’autenticità” assume carattere di predominanza, costi quel costi. La mia raccolta di racconti FLUSSO, pubblicata nel 2018, rispondeva prevalentemente a quell’urgenza e a quella necessità, molto meno al criterio di un rispettoso richiamo all’humus culturale da cui quelle storie narrate avevano tratto energia e ragione d’essere. Cinque anni dopo, il mio romanzo PUNTO DI SVOLTA sgorga libero dagli affanni dell’urgenza e della necessità e la storia narrata, al di là di perseguire l’obiettivo di trascinare il lettore dentro i labirintici pensieri del protagonista costantemente alle prese con un altalenante male di vivere e con una spasmodica ricerca di senso, vuole anche rappresentare una sorta di risarcimento al particolare contesto storico e generazionale da cui ho “succhiato” energia e sostanza per arricchire il mio mondo interiore. Risarcimento che, voglio sperare, anche altri si sentiranno in dovere di offrire in futuro a una intera generazione, quella sessantottina, protagonista di una rivolta epocale e molto più variopinta e complessa di quanto, in modo liquidatorio, la si vuole dipingere oggi. Consiglio di leggere anche 10 domande a Ilaria Baldanzi autrice di Solenopsis
Il protagonista, Francesco Serrani, è in parte basato su esperienze personali o su persone che conosci?
Quando in un romanzo è presente l’io narrante, generalmente si parte sempre da qualche aspetto caratteriale che ci appartiene e/o da qualche esperienza molto “forte” che abbiamo vissuto in prima persona. Poi, fortunatamente, una volta posizionato il protagonista sulla scena, scatta automaticamente una pressante necessità di autocensura e questa produce un benefico fenomeno di sdoppiamento. Al protagonista io comincio ad assegnare (con progressività) caratteri, pulsioni e pensieri che poco m appartengono e che lo distanziano sempre di più dal mio vissuto reale. A quel punto, il protagonista viene trasferito in un mondo parallelo e lì diventa incredibilmente autonomo nel decidere cosa fare e dove condurre la sua traiettoria di vita. Io, autore, non faccio altro che traferirmi con lui in quel mondo parallele stargli dietro, passo dopo passo. Potrebbe interessarti anche 10 domande a Ilaria Baldanzi autrice di Kristallia
Gli anni ’70 sono un periodo cruciale nel romanzo. Quale è il tuo rapporto personale con quel decennio?
Negli anni della rivolta sessantottina e post-sessantottina ero molto giovane e, inevitabilmente, mi sentivo trascinato anch’io in quel flusso tumultuoso. Ero nel flusso e, come una spugna, assorbivo da quel flusso un po’ di tutto: musica, cinema, letteratura, politica, pacifismo, allargamento dei diritti civili liberazione sessuale, etc. Tuttavia, la mia cultura piccolo-borghese mi imponeva un minimo di decoro e prudenza. Ecco, a volere essere onesti fino in fondo, rispetto a quel flusso tumultuoso io cercavo di stare sempre con un piede dentro e l’altro fuori. Questo mi consentiva sia di vivere esperienze emotivamente travolgenti sia di osservare criticamente tutto quello che mi accadeva intorno.
Come hai sviluppato il personaggio di Piero e la sua amicizia con Francesco? Quanto è importante per te il tema dell’amicizia nel libro?
Francesco, personaggio molto complesso e quasi paralizzato dall’eccesso di pensiero critico, ha sempre ricercato nell’amicizia quel mare calmo dentro cui si può nuotare liberamente per dare sfogo al desiderio giovanile di esibirsi e di primeggiare. Ma, in questa sua cerchia ristretta di amici, tutti di provenienza e cultura piccolo-borghese, d’improvviso si materializza e prende forza un corpo estraneo, un giovane di diversa provenienza sociale. Piero è uno studente universitario fuorisede e perennemente fuoricorso. È figlio di contadini e si mostra subito poco propenso a lambiccarsi la mente con esercizi pseudo intellettuali. Al contrario, si caratterizza per una filosofia di vita tutta indirizzata verso l’urgenza del fare. Mostra una irruenta sensibilità che si tramuta continuamente in azioni concrete. Devo confessare che, quando ero giovane, quelli come Piero li consideravo poco “digeribili” e li tenevo a distanza. Viceversa, nella scrittura di questo mio romanzo, man mano che andavo avanti con la narrazione mi sono accorto che parteggiavo istintivamente sempre più per Piero e sempre meno per Francesco. Troverai interessante anche 10 domande a Daniela Iannone autrice di Luna a metà È stata la rivincita del “dissimile da te” che, se gli concedi l’occasione di spiegarti fino in fondo la sua visione della vita, diventa egli stesso il mondo reale da cui puoi trarre arricchimento. È la conoscenza profonda del “dissimile da te” che può finalmente tirarti fuori da pregiudizi e schemi precostituiti e fare entrare aria nuova nei tuoi processi mentali. Quando questo accade, nasce un’amicizia leale, sincera e solida.
Il jazz e la poesia giocano un ruolo significativo nella vita di Francesco. Qual è il loro significato simbolico nel romanzo?
Ho amato sempre la poesia, fin da bambino. Ho cominciato a sperimentare la scrittura in versi intorno ai 13 anni. E non ho mai più smesso. I-l jazz l’ho scoperto all’età di 23 anni partecipando alla mitica edizione ’75 di Umbria Jazz. Un’intera settimana di festival itinerante attraverso le città dell’intera regione. L’amore per il jazz è stato un vero colpo di fulmine. Lawrence Ferlinghetti, padre nobile della beat generation, ha scritto che “la Poesia è la distanza più breve tra due esseri umani” e che “una poesia è un istante fosforescente che illumina il tempo”. Io estenderei queste definizioni anche a molte composizioni jazz. La buona poesia e il buon jazz sono forme espressive che saltano l’intermediazione della ragione. Nel romanzo Punto di svolta, Francesco è troppo spesso prigioniero del pensiero analitico. Poesia e jazz rappresentano per lui accorciamento delle distanze, necessità di sintesi e, a volte, semplicemente vie di fuga. In definitiva, sono i suoi strumenti di sopravvivenza.
Il rapporto di Francesco con suo figlio Luca e la compagna Sara è pieno di non detti e ambiguità. Cosa volevi esplorare attraverso queste dinamiche familiari?
Con l’avanzare degli anni, si diventa più cauti e, soprattutto, più conservativi. Finisce l’effervescenza e il desiderio di rivolta, tutte le energie si spendono per costruire la propria vita, mattone dopo mattone, possibilmente seguendo un progetto ben preciso. Ma non è così per tutti. Qualcuno si ritrova , nell’età adulta, con un progetto poco convincente o debole o confuso. Qualcuno si sente inadeguato rispetto al progetto che aveva disegnato. Qualcuno, addirittura, si ritrova senza un progetto. Ecco, Francesco è uno di quelli che si ritrova nell’età adulta senza avere mai messo su un progetto ben definito. Condividere la vita con una compagna, mettere su casa insieme, mettere al mondo un figlio, sono tutte cose che dovrebbero rappresentare naturali appuntamenti della vita già ampiamente messi in conto. Nella vita di Francesco queste cose accadono quasi suo malgrado e, nello stordimento della sorpresa, lo colgono sempre del tutto impreparato. Ne consegue che i rapporti che Francesco instaura sia con suo figlio Luca sia con la compagna Sara restano a oscillare perennemente sull’altalena dei dubbi e delle insicurezze.
La narrazione utilizza molti flashback per raccontare la storia. Come hai gestito la struttura temporale del romanzo e quali sfide hai affrontato?
Io mi sono sempre figurato la costruzione del progetto narrativo come qualcosa di molto simile a quello che accade quando si decide di attraversare un torrente dove sono presenti, disseminate qua e là, alcune rocce che emergono dall’acqua. Siamo sulla riva e cerchiamo di disegnare con lo sguardo un percorso possibile che, passando da un sasso al successivo, ci conduca sani e salvi sull’altra sponda. Scelto un percorso apparentemente favorevole, si parte con l’attraversamento. A quel punto, man mano che si
avanza, si scopre che quella roccia davanti a noi è troppo appuntita e quella sulla destra è troppo scivolosa. E quell’altra ancora è troppo distante. Si torna di qualche passo indietro. A volte si ritorna sulla riva da cui siamo partiti. In ogni caso, si osserva nuovamente la mappa delle rocce che emergono dall’acqua e si scoprono altri percorsi possibili. Ecco, la tecnica del flashback non è solo un espediente narrativo da utilizzare per rendere più intrigante la storia del nostro racconto. Spesso, essa rappresenta uno strumento indispensabile per attraversarla efficacemente quella storia e per superare tutte le insidie che, man mano, essa ci pone davanti. Tra le recensioni che ho letto in questi giorni sul mio romanzo, ce ne è una che offre una valutazione molto originale sulla mia tecnica del flashback: “avviene una manipolazione del tempo narrativo: l’autore rileggerà quegli eventi ogni volta con occhi nuovi, a seconda di come la sua anima in quel momento li sente. Tempo dell’anima dunque e non della memoria, il che consentirà al protagonista di scandagliare, approfondire e rileggere i fatti alla luce dei nuovi elementi che scopre in sé”. Ti consiglio di approfondire anche 10 domande a Giovanni Antonio Mocchi autore di Incerte direzioni
(Piera De Prosperis – Recensione su Gente e Territorio del 01/07/2024).
Il libro esplora temi come l’indolenza, le ambizioni confuse e la tensione tra pulsioni e limiti. Come sei riuscito a bilanciare questi aspetti nella caratterizzazione di Francesco?
Una delle cose che frenano enormemente il desiderio di provare a cambiare le storture della società umana è rappresentata dalla presa di coscienza della spaventosa complessità delle leve del potere e dei meccanismi culturali ed economici che reggono il mondo, complessità che determina il presente e congela il futuro. Più ci si lascia irretire dalla complessità più si finisce nella gabbia dell’impotenza. Nei processi mentali di Francesco, l’indolenza è molto spesso sintomo di impotenza e di rassegnazione davanti all’invalicabile muro della complessità. Francesco è un uomo in gabbia che a volte finge di adattarsi a questa condizione di cattività ed altre volte cerca illusorie vie di fuga (le ambizioni confuse). Nell’uno e nell’altro caso, si affida ad un’analisi troppo spietata del risultato appena raggiunto e questo eccesso di razionalità non lo conduce mai fuori dalla gabbia. Resta nella sua gabbia a lottare con se stesso. Come ho bilanciato tanti aspetti così contraddittori nella figura di Francesco? Credo di avere identificato nell’io narrante buona parte dell’intera società umana dei nostri tempi, spaventata a tal punto dalla complessità del mondo da avere accettato compromessi di non belligeranza in cambio di un illusorio status quo che non la penalizzi ulteriormente.
“Punto di svolta” presenta una varietà di profili psicologici ricchi e contraddittori. Qual è il tuo processo per creare personaggi così complessi e sfaccettati?
Con riferimento ai personaggi di Francesco e Piero, credo di avere già risposto alla domanda descrivendo come si è sviluppata la costruzione dei rispettivi caratteri di questi due protagonisti che, nella mia narrazione, manifestano visioni di vita apparentemente in opposizione di fase. Per quanto riguarda Sara, la terza protagonista principale dell’intera narrazione, la sua figura nasce come un vero puzzle, una composizione di caratteri e attitudini di molte donne con le quali mi sono interfacciato per breve o lungo tempo. Un puzzle di tante inclinazioni caratteriali diverse, spesso contraddittorie. In realtà, Sara è solo una giovane donna che sperimenta insidiosi percorsi di crescita e di maturazione. In Punto di svolta, oltre ai tre protagonisti principali, è presente una miriade di altri personaggi. Ho provato a caratterizzarli tutti con un segno forte e, quindi, non li considero affatto personaggi minori. Anzi, sono quelli sui quali la mia fantasia ha dovuto davvero fare gli straordinari. Generalmente, per la costruzione dei segni principali del loro carattere e di qualche episodio significativo della loro vita, sono sempre partito da sollecitazioni subliminali prodotte nella mia mente da incontri brevi e fortuiti. Una donna con cui ho condiviso due minuti di attesa per accedere a uno sportello bancomat, un uomo seduto di fronte a me durante un breve viaggio in treno, un giovane in auto che tira giù il finestrino e mi chiede un’informazione stradale, etc. Giusto un flash durante il quale mi capita di registrare un tic nelle espression del viso, l’utilizzo di un vocabolo desueto, un atipico tono di voce, una postura nello stare seduto, un particolare bizzarro nell’abbigliamento, etc. La mia mente mette in cassetti profondi della memoria quell’incontro, quella caratteristica che mi ha colpito e quella mia reazione emotiva. A distanza di anni, quando mi infilo nell’avventura di scrivere un racconto o un romanzo, quei cassetti si riaprono d’incanto e tutto quel materiale rappresenta una miniera di interessanti spunti da cui partire per mettere in moto la fantasia e fornire anime palpitanti ai corpi di nuovi personaggi.
Qual è il messaggio principale che speri i lettori possano trarre dal tuo romanzo? C’è qualcosa di specifico che vorresti che ricordassero o riflettessero dopo aver letto il libro?
Nelle mie narrazioni non infilo mai né in modalità esplicita né di soppiatto messaggi moralistici, pilloledi saggezza o consigli comportamentali. Io narro delle storie e provo ad attivare due possibili reazioni in chi legge. Fare in modo che, nella mente del lettore, l’interruttore della curiosità resti costantemente schiacciato su ON, soprattutto quando entrano in campo personaggi complessi e contraddittori, con caratteristiche psicologiche e comportamentali “fuori norma”. Se ciò accade, cioè se il tasto della curiosità resterà su ON, il lettore avrà modo di prendere conoscenza delle ragioni del “dissimile da sé” e sarà sempre più propenso ad accettare che homo sapiens può avere tante declinazioni diverse, tutte degne di essere comprese e rispettate. L’altro effetto che mi auguro di produrre e che ritengo altrettanto importante per il lettore è la possibilità che egli avverta consonanze tra una propria specifica problematicità, tenuta mascherata allo sguardo esterno per riflesso auto-protettivo e/o conservativo, e quella di un personaggio del libro che si caratterizza per sofferenze e necessità di mascheramento simili alle sue. Questo riconoscersi in altri può spezzare le catene della solitudine
Grazie per la tua disponibilità, Alessandro. È stato un piacere parlare con te.
Grazie a voi. È stato un piacere anche per me.














