Dopo aver esplorato tra le pagine di “Stanze, Pozzi e Sigilli” la profondità dei meccanismi che regolano il nostro mondo interiore, ho avuto il piacere di rivolgere alcune domande a Martina Michelin. In questa breve intervista, l’autrice ci accompagna oltre la teoria, approfondendo i concetti di risonanza e consolidamento per aiutarci a capire come trasformare la discesa nei nostri “pozzi” personali in un’opportunità di reale presenza e consapevolezza. Ecco cosa ci ha raccontato.
Nel tuo libro utilizzi le metafore di “Stanze, Pozzi e Sigilli”. Come è nata l’esigenza di dare una forma così architettonica e geografica ai movimenti dell’interiorità?

Ho sentito il bisogno di esporre la mia interiorità in questa modalità dopo i primi appunti sparsi di
vari ricordi. È nata presto l’esigenza di portare un punto di vista diverso sull’osservazione delle
esperienze, e insieme a questo anche la necessità impellente di non seguire una linea temporale,
ma di spostarmi nello spazio.
Volevo che fosse comprensibile il modo in cui il pensiero si muove
dentro di noi e il modo in cui certe esperienze restano ancorate in luoghi precisi della nostra
interiorità. A quel punto mi sono chiesta quali spazi potessero rappresentare in maniera veritiera e
trasparente ciò che sentivo di voler comunicare. Ed è così che nasce l’architettura della mia casa
interiore.
Successivamente è arrivato il sasso, come oggetto simbolico: qualcosa che mi ancora al presente
ma che, allo stesso tempo, mi permette di attraversare anche la mia interiorità.
La “Discesa senza Giudizio” è uno dei pilastri della tua opera. Qual è la sfida più grande che una persona incontra nel guardare i propri meccanismi mentali senza tentare subito di “aggiustarli”?

Dico spesso che siamo vittime dei nostri stessi giudizi. Se io, ad esempio, sono una persona
estremamente perfezionista e critico continuamente gli altri, finirò inevitabilmente per ingabbiare
anche me stessa negli stessi parametri. Pretenderò da me quella perfezione che continuo a
dichiarare necessaria fuori da me. In questo modo mi obbligo a essere coerente con l’immagine
che ho costruito. E quando mi osservo, spesso non vedo davvero me stessa: vedo solo ciò che mi è
concesso essere. Per questo credo che la sfida più grande non sia guardarsi, ma restare davanti a
ciò che emerge senza tentare immediatamente di correggerlo, giustificarlo o trasformarlo in
qualcosa di più accettabile.
Il passaggio più difficile è mandare in tilt il meccanismo. A mio avviso lo si può fare fermandosi.
Osservandosi quasi da spettatori e iniziando a farsi domande semplici ma profonde:
“Ho davvero bisogno di questa perfezione che rincorro?”
“Mi fa vivere meglio?”
“Quando ho iniziato a sentirla necessaria?”
Credo che molte trasformazioni inizino proprio lì: nel momento in cui smettiamo di aggiustarci
abbastanza a lungo da riuscire finalmente a vederci.
Parli spesso di “Pozzi” come luoghi di osservazione. In che modo una persona può distinguere tra una discesa consapevole e il rischio di restare intrappolata in pensieri ripetitivi o distruttivi?

Credo che le situazioni ripetitive siano uno dei campanelli d’allarme più importanti. Spesso
indicano che stiamo agendo mossi da un meccanismo che continua a riportarci verso gli stessi
pensieri, le stesse reazioni o persino le stesse forme di sofferenza. Nella metafora del libro è un
po’ come continuare a scavare nel pozzo sperando di uscire dall’altra parte della terra.
Capita a tutti, prima o poi, di pensare:
“Ma perché succede sempre a me?”
Ecco, quella domanda spesso ci sta già indicando che siamo dentro un pozzo. Il problema non è il
pozzo in sé. Il pozzo diventa pericoloso quando è automatico, invisibile, inconsapevole. Quando
continuiamo a cadere negli stessi movimenti interiori senza rendercene conto.
La discesa consapevole, invece, inizia nel momento in cui impariamo a riconoscere i nostri
meccanismi. Quando iniziamo a vedere quante volte si attivano nella quotidianità, smettiamo
lentamente di identificarci completamente con loro. A quel punto la discesa non serve più ad
alimentare il dolore, ma a raggiungere il nucleo emotivo che lo sostiene. Ed è lì che può iniziare
una trasformazione reale.
Memoria e Risonanza
Le “Stanze della Memoria” sono luoghi di deposito. In un’epoca in cui siamo bombardati da stimoli costanti, come possiamo recuperare la capacità di far “depositare” le nostre esperienze vissute?

È curioso che tu le percepisca come stanze di deposito. In qualche modo hai ragione: sono una
sorta di deposito dell’anima. La memoria di cui parlo nel libro, però, non coincide semplicemente
con il ricordo. Non è memoria cronologica.
È più simile a una traccia interiore, a intuizioni che
custodiscono una forma di saggezza difficile da definire razionalmente. Qualcosa di
profondamente animico.
Credo che oggi facciamo fatica a far sedimentare le esperienze perché siamo continuamente
spostati verso l’esterno: notifiche, rumori, velocità, aspettative, performance. Viviamo tantissimo
nella mente e pochissimo nell’ascolto.
Per me il ritorno passa spesso attraverso gli elementi.
L’acqua, ad esempio, è uno dei conduttori che più mi aiutano a scaricare tensioni e a riconnettermi
con me stessa. Ma potrebbe essere anche la terra, il vento, il silenzio, il contatto fisico con ciò che
è vivo.
A volte significa semplicemente appoggiare i piedi nudi sull’erba, abbracciare un albero, fermarsi
abbastanza da permettersi di sentire con il corpo, con la pancia, con il cuore. E forse la parte più
difficile è proprio questa: chiedere alla mente giudicante di tacere abbastanza a lungo da poter
ascoltare qualcosa di più profondo, anche quando una voce dentro di noi ci dice che è assurdo,
inutile o ridicolo.
La “Ricerca della Risonanza” agisce come una bussola nel libro. Qual è il segnale fisico o emotivo che indica che stiamo finalmente risonando con la nostra verità personale e non
con un’aspettativa esterna?

È molto più complesso spiegarlo a parole che sentirlo davvero. Credo però che, quando siamo
allineati con noi stessi, emerga una sorta di pace profonda. Non una felicità euforica o perfetta,
fatta di picchi di gioia seguiti da baratri di delusione, ma una sensazione di equilibrio interno che
gli avvenimenti esterni fanno più fatica a spostare completamente.
Fisicamente, per me, la risonanza assomiglia spesso a un alleggerimento. Il corpo occupa il suo
spazio. Il respiro cambia. E soprattutto cambia la postura.
C’è meno lotta interiore. Quando invece
agiamo mossi principalmente dal bisogno di approvazione, difficilmente riusciamo a sentirci
davvero appagati o sereni, perché continuiamo a cercare fuori qualcosa che dovrebbe prima
trovare spazio dentro di noi. E immancabilmente restiamo delusi.
È il circolo vizioso delle
aspettative: quelle degli altri e quelle che costruiamo noi stessi. La cosa assurda è che questi
meccanismi sembrano darci il controllo della nostra vita. In realtà ce ne privano.
La verità personale non sempre rende la vita più semplice, ma spesso ci fa sentire più interi. E
credo che il corpo, quando smettiamo di zittirlo, sappia riconoscere molto bene questa differenza.
Sostieni che non esista una mappa valida per tutti. Come può il lettore imparare a fidarsi del proprio intuito quando si trova in un territorio interiore completamente inesplorato?

Credo innanzitutto che sia un processo. E i processi richiedono gradualità. Ogni persona ha tempi,
modalità e profondità diverse. Conta anche il fattore scatenante: ciò che, a un certo punto della
vita, accende le domande esistenziali e ci costringe a guardarci più profondamente.
Mi piace pensare la vita come una palestra.
Ci mette alla prova, ci allena, ci porta anche oltre i
nostri limiti, ma non possiamo pretendere di entrarci per la prima volta e alzare subito un
bilanciere da cinquanta chili. Anche l’intuito, in qualche modo, si allena. Quando siamo all’inizio
del percorso, molte delle nostre azioni sono governate da una mente che ha memorizzato giudizi,
paure, reazioni e schemi automatici.
E spesso agiamo attivando proprio quei meccanismi. In
qualche modo è come se non fossimo davvero noi a decidere.
Quando invece iniziamo a concederci ascolto, non sono più soltanto i condizionamenti a pilotarci.
Cresce lentamente la fiducia in noi stessi. Una piccola scelta andata a buon fine. Un piccolo
cambiamento fuori dalle righe che ci ha fatto sentire bene. Ed è così che iniziamo a comprendere
cosa ci appartiene davvero.
Credo che gli elementi fondamentali siano due: la consapevolezza che
qualcosa dentro di noi non sta funzionando davvero e la volontà autentica di cambiare. Perché
finché restiamo completamente ancorati al concetto di sfortuna o di vittimismo, continuiamo a
percepirci come spettatori impotenti della nostra vita.
Il momento in cui iniziamo a interrogarci sinceramente su ciò che si ripete, su ciò che ci ferisce, su
ciò che continuiamo ad attirare o evitare, è spesso anche il momento in cui iniziamo a sviluppare
fiducia nella nostra percezione interiore.
Da lì si comincia a scavare.
Consolidamento e Vita Quotidiana
I “Sigilli” rappresentano i punti di equilibrio. Come si capisce quando un’esperienza interiore è stata realmente “sigillata” e integrata, diventando un mattone solido per la nostra quotidianità?

Credo che si comprenda nel momento in cui la scelta cambia spontaneamente direzione. Facciamo
l’esempio del bisogno di approvazione.
Mi trovo davanti a un bivio: scelgo A, che è la strada più coerente con me stessa, con il mio
equilibrio e con ciò che sento davvero?
Oppure scelgo B, che magari rende felice il mio capo, ma mi costringe a rinunciare a quella cena di
famiglia a cui tengo profondamente?
Quando, con serenità e autorevolezza, ogni fibra del mio corpo sceglie A, allora accade qualcosa di
molto particolare.
È quasi una piccola magia. La sensazione iniziale è stupore. Subito dopo arriva
una forma di orgoglio profondo verso sé stessi. Non arrogante, ma stabile.
Ed è lì che percepisci che il pozzo, in qualche modo, si è chiuso. E tu continui ad aumentare la
fiducia in te stesso.
Perché questa volta non ci sei scivolato dentro. Non sei caduto
automaticamente nel bisogno di approvazione dell’autorità di turno. Lo hai visto prima. E in quel
momento ti rendi conto di aver sovrascritto uno schema attraverso una scelta consapevole.
Credo che i Sigilli nascano proprio così: quando una comprensione smette di essere solo teorica e
diventa finalmente qualcosa che abita il nostro modo di vivere.
Spesso i percorsi di crescita personale sono focalizzati sul risultato. Il tuo libro sembra invece privilegiare l’attraversamento. Qual è il valore del “rimanere nel processo”
rispetto al raggiungimento di una meta?

Domanda molto profonda e molto attenta.
Qui, per me, esiste una differenza sostanziale. Nel mio percorso mi sono resa conto che, quando
ambivo direttamente a una meta — prendiamo ad esempio il perdono — spesso lo percepivo
come qualcosa di lontano, quasi imposto. Non lo sentivo davvero mio. Era come accettare un
nuovo schema:
“si fa così”,
“sei una brava persona se perdoni”.
Ma non era incarnato.
Per arrivare davvero a comprendere certe cose, ho dovuto attraversare prima il dolore, la rabbia, il
conflitto. Vederli. Sentirli. Osservarne le conseguenze dentro di me. E solo dopo averli attraversati
veramente ho compreso che non mi appartenevano più, che non mi facevano stare meglio. È lì
che, secondo me, avviene la scelta autentica.
È lì che nasce la consapevolezza. E nel caso specifico del perdono, credo esista anche un grande
equivoco: pensiamo sempre che riguardi l’esterno, qualcuno fuori da noi. Ma molto spesso il
perdono più difficile è quello verso sé stessi.
Per le volte in cui non ci siamo ascoltati.
Per ciò che abbiamo accettato.
Per le ferite che ci siamo inflitti pur di essere amati, riconosciuti o approvati.
Le emozioni, per come le vedo io, non sono buone o cattive. Sono emozioni.
E hanno qualcosa da
mostrarci. Vanno viste, accolte e, quando arriva il momento, eventualmente lasciate andare. Ma
credo che, se non ci si permette di attraversare davvero ciò che si prova — se non ci si brucia, se
non si arde, se non ci si consuma almeno un po’ dentro quell’esperienza — difficilmente si può
conoscere una pace autentica solo per partito preso.
In che modo la presenza consapevole, coltivata attraverso questi attraversamenti, trasforma concretamente il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e con il nostro lavoro?

Come dicevo prima, per me è un po’ come invertire il senso di marcia di una giostra lanciata ad
alta velocità. All’inizio si frena. E si fa una fatica immensa, perché stiamo letteralmente lottando
contro una forza che per anni ci ha spinti sempre nella stessa direzione. Ma maggiore è la forza
che mettiamo nel cambiamento — che poi è determinazione, presenza, volontà di guardarci
davvero — maggiore sarà anche il propagarsi del risultato nella nostra vita. E questo si riflette
concretamente in tutti gli ambiti.
Nelle relazioni, ad esempio, si inizia lentamente a uscire dalla dipendenza affettiva. Si smette di
vivere continuamente nel bisogno di essere scelti, rassicurati o approvati. Nel lavoro cambia il
modo in cui percepiamo il nostro valore. Cresce la cognizione di sé. Si impara a esporsi, ad
affermarsi, a occupare il proprio spazio senza sentirsi costantemente in difetto. E la cosa più
sorprendente è che anche l’ambiente intorno a noi cambia risposta.
Perché quando cambia la nostra postura interiore, cambia inevitabilmente anche il modo in cui gli
altri si relazionano alla nostra presenza.
Una Domanda Personale
Se dovessi indicare un solo concetto di questo libro a chi sente di aver perso la propria direzione interiore, quale sarebbe il punto di partenza che consiglieresti?

Credo che il punto di partenza sia la totale onestà verso sé stessi. E attenzione: non è qualcosa di
semplice o piacevole. Guardarsi davvero può fare molto male. Significa ricordare il bambino che
siamo stati, le scelte non fatte, le parole mai dette, le parti di noi che abbiamo nascosto o
sacrificato per essere accettati, amati o riconosciuti.
Molto spesso vomitiamo fuori sugli altri ciò che, in realtà, non concediamo a noi stessi. Chi chiede
continuamente amore all’esterno, spesso è perché non riesce ancora ad amarsi fino in fondo.
Chi giudica molto gli altri, quasi sempre è anche il peggior giudice di sé stesso. E così finiamo per
recriminare verso il genitore, il compagno, il capo, il figlio, una quantità infinita di cose che forse
dovremmo iniziare a osservare dentro di noi.
Dentro, non fuori.
Credo che questa sia la frase che consiglierei di ricordare ogni volta che soffriamo, ci offendiamo,
rimaniamo feriti o ci arrabbiamo.
Dentro, non fuori.













